mi conoscevano tutti

di meta krese

Il Primorski è arrivato, possiamo iniziare, si sentiva dire agli incontri e alle manifestazioni degli sloveni nella provincia di Trieste, quando arrivava Mario Magajna con la sua fotocamera. A quel punto, stando alla leggenda, si poteva iniziare. E noi ci crediamo, ovviamente. I numerosi scatti, di cui circa 260.000 custoditi dalla Sezione di Storia della Biblioteca nazionale slovena e degli studi di Trieste (1), confermano che Mario Magajna prendeva molto sul serio la sua stessa definizione di fotoreporter: È difficile fare il fotoreporter, soprattutto perché non ci sono orari. Certo, molte cose che vale la pena fotografare, accadono per così dire in orario normale. Ma la vita non ha orario, una giornata ha 24 ore, perciò bisogna stare sempre sull’attenti, bisogna essere sempre pronti (2). Pertanto non dubitiamo nemmeno di quelle parole pronunciate in modo così diretto durante un’intervista di 30 anni fa: Mi conoscevano tutti (3). E non solo i lettori del Primorski dnevnik. In ogni casa prima o poi capitava di trovare una sua fotografia nell’album di famiglia o appesa alla parete. Fotografava tutto: amici, conoscenti, funerali, matrimoni, battesimi, operai, disoccupati, contadini, artigiani, attori di teatro e atleti professionisti e dilettanti… ma soprattutto bambini.

 

A Mario Magajna non interessava solo la fotografia informativa a corredo delle notizie dei quotidiani. Questo faceva parte della sua vita professionale. Per lui la fotografia aveva anche un altro ruolo, più intimo, declaratorio. Fin dagli inizi degli anni Cinquanta il Primorski dnevnik violava spesso la propria funzione meramente informativa pubblicando paesaggi idilliaci, quasi pastorali, alla maniera dei fotografi amatoriali della prima metà del Novecento, che per Magajna rappresentavano probabilmente una specie di fuga dal suo difficile lavoro di fotoreporter, e per i lettori un momento di distrazione dalla lettura di quei caratteri minuscoli.

 

Perciò gli organizzatori della mostra (4) non hanno avuto altra scelta se non quella di suddividere le foto in varie categorie, cercando di intercettare soprattutto lo sguardo del fotografo, la sua intenzione artistica, e nel caso delle fotografie di cronaca, anche il contesto storico.

 

Molti scatti sono difficili da inserire in queste categorie, poiché l’autore dietro al fotografo spesso prevale sul contenuto dello scatto. Anche se le foto sono principalmente frutto della sua attività professionale, preferiamo etichettarle come fotografie d’autore (5). Le ritroviamo tra le immagini di scioperi e tumulti, ma anche tra gli scatti del carnevale carsico e di semplice vita paesana. Pur utilizzando la lingua del documentarista, del cronista, severo e implacabile nei confronti delle proprie emozioni, sapeva impreziosirle con una poetica molto discreta e non invadente. Per niente sentimentale, anzi, piuttosto distaccata. Osservando l’immagine di un gruppo di ragazze che danzano sulla terrazza della Casa del lavoratore portuale di Trieste, viene da pensare ai leggendari preti danzanti di Mario Giacomelli.

 

Testimone di un’epoca

La parte centrale della mostra è dedicata naturalmente alle testimonianze fotografiche realizzate per gli organi di stampa, in particolare per il Primorski dnevnik. Mario Magajna fu per diversi decenni il leggendario cronista di queste terre politicamente inquiete, dove la neutralità non era un valore apprezzato. Egli era politicamente schierato, come si confaceva ai grandi fotoreporter dell’epoca. Ero un semplice fotoreporter, ed essendo di origine slovena cercai di fare il possibile per la mia gente, disse (6). Una posizione molto chiara, condizionata non solo dall’appartenenza a una determinata professione, ma anche dalla fedeltà nei confronti di una certa idea storica. Magajna era implicato nella specificità della situazione, e ciò richiedeva un’ottima padronanza del linguaggio fotografico.

 

Kerry Tremain nell’introduzione al libro Witness in Our Time (Testimone del nostro tempo) riporta la difesa di un fotografo immaginario di fronte a chi lo accusa che un fatto non sia realmente accaduto.

Guarda. Ho le foto,” affermi.

Ero lì.” Poi senti le scuse: una fotografia può mentire.

Ma io no.”

Da tempo facciamo fatica a credere alla fotografia. L’Ottocento ci ha regalato la fotografia come specchio della realtà, ma il Novecento ha messo in dubbio quest’assioma. Mario Magajna lavorava in un ambiente che non lasciava spazio ai dubbi, la sua fotografia doveva dare l’impressione al lettore che quel fatto fosse realmente accaduto. Il fotografo era lì. I suoi scatti giornalistici parlano spesso la lingua della fotografia documentaria e impegnata. Non sono neutrali (la scelta stessa degli eventi trattati svelava la sua appartenenza), ma testimoniano di essere parte di quel fatto. Magajna non era uno di quei fotografi che scattava fotografie chissà dove e poi le portava in redazione. Non era un buon narratore del resto del mondo, i suoi lavori migliori sono nati, per così dire, in casa.

 

In nome dello sport

Nei primi anni il Primorski dnevnik veniva stampato su 2, poi su 4 e, a poco a poco, su 6 pagine. Pertanto non c’era molto spazio per le fotografie, ma le immagini degli eventi sportivi e delle manifestazioni culturali erano una specie di costante. Gli scatti non sono sensazionali, al contrario. I volti sono indefiniti, le inquadrature modeste. Se prendessimo solo le immagini di stampa, queste foto certamente non troverebbero spazio all’interno di una mostra fotografica. In pieno formato invece hanno un effetto completamente diverso (8). All’improvviso iniziano a raccontare delle storie.

 

La semplice immagine di un saltatore in alto che nel formato di stampa sembra sospeso in aria, può essere collocata nel tempo e nello spazio. Ci troviamo a Capodistria, nel 1950. Dinanzi a noi ci sono tre uomini che osservano l’atleta in bianco, sospeso poco sopra l’asticella di delimitazione dell’altezza. Le loro pose, con le mani sui fianchi, trasmettono l’autorevolezza delle uniformi militari, ma ci informano al contempo che quelli erano tempi difficili, che dietro a una pace apparente c’era una forte tensione nell’aria, la quale innescava facili incidenti. È vero, il saltatore non ha fatto cadere l’asticella, ma non è questo che ci interessa veramente.

 

Non è solo un modo di dire che lo sport rafforza il carattere, è il titolo di uno dei frequenti articoli del Primorski dnevnik (9), che incitavano la popolazione a praticare ginnastica. Gli articoli erano convincenti, l’educazione fisica era considerata un’importante conquista della rivoluzione democratica, scrivevano. Le fotografie erano spesso malamente tagliate. In pieno formato invece si percepisce il senso estetico del fotografo, che a prima vista rimanda all’estetica propagandistica del Terzo Reich, portata all’estremo da Leni Riefenstahl. Tra i due fotografi tuttavia c’è una forte differenza: osservando le immagini di Leni Riefenstahl la nostra attenzione non viene distolta da nessun dettaglio casuale, lei non dimenticava mai che il suo compito era di rappresentare la nuova Germania in tutto il suo splendore (10). Il suo caratteristico perfezionismo tecnico presenta invece nel caso di Mario Magajna degli errori, forse i suoi scatti sono altrettanto ponderati, ma certamente meno formali, pertanto le sue immagini poggiano su una realtà più solida (11).

 

Un allegro carosello di persone di tutte le generazioni

La collezione di ritratti di Mario Magajna, adulti e bambini, personaggi importanti e gente comune, che nella vita probabilmente non ha fatto niente di speciale per l’umanità, è uno straordinario documento sociale e umano. Guardandoli verrebbe da porsi le stesse domande che John Berger (12) avrebbe fatto al fotografo Avgust Sander se avesse potuto: Che cosa ha detto August Sander alle persone che hanno posato per lui prima di scattare la foto? E come riusciva a far sì che tutti quanti gli credessero allo stesso modo? (13) Noi conosciamo la risposta di Mario Magajna: Scattavo spesso la prima foto senza permesso, poi chiedevo: Posso fotografarla al lavoro? Se viene bene, forse la pubblicheranno sul giornale. Di solito la risposta era affermativa (14).

 

Magajna si interrogò ben presto sulla valenza storica delle proprie fotografie: A dire la verità non so se a quel tempo mi resi conto che stavo fotografando delle cose e un modo di vivere che stava scomparendo. A poco a poco mi resi conto che si stavano facendo strada sempre nuovi macchinari. Perciò mi recai nuovamente ad Aurisina, a Repen, nelle cave, e vidi che macchine di ferro avevano sostituito le mani degli operai (15). Pur prediligendo i ritratti, decise di ampliare lo sguardo per mostrare anche qualche oggetto o la persona intenta al proprio lavoro (16).

 

In questo modo lasciava spazio all’osservatore per contemplare e comprendere meglio i soggetti dei suoi ritratti. Di solito è il piacere estetico a catturare lo sguardo, ma ben presto si viene assorbiti anche dai numerosi dettagli, grazie ai quali è più facile interpretare non solo le storie personali ma anche le norme sociali dell’epoca.

 

Le fotografie delle mostre alle quali collaborò in prima persona

Le foto del Primorski dnevnik, in particolare nei primi anni di pubblicazione, erano di pessima qualità, troppo piccole, troppo tagliate per concedere un qualche piacere estetico ai lettori, figuriamoci al fotografo (17). Purtroppo ancora oggi nel caso della stampa periodica il fotoreporter perde il controllo del proprio lavoro subito dopo aver scattato l’immagine. Il destino delle sue fotografie è nelle mani del redattore, che decide i titoli, le firme, le adatta al testo e allo stile del quotidiano e le inserisce così in tutt’altro contesto, assegnando loro una storia totalmente diversa rispetto a quella che avrebbe voluto narrare il fotografo. Le foto acquistano significato attraverso l’uso che ne fanno le persone a esse collegate, lasciando così la propria impronta. Mario Magajna lottò contro questa condizione frustrante come ogni altro ambizioso fotografo, cui sta a cuore il proprio lavoro, nell’unico modo che aveva per mantenere una certa autonomia artistica. Attraverso le mostre (18). Già nel 1951 si tenne una prima esposizione nella galleria triestina Scorpione. Anche se non organizzò molte mostre di ampie dimensioni o grande risonanza, erano comunque sufficienti per capire dalle stampe delle foto conservatesi quali erano le immagini per lui più preziose. Le selezionò egli stesso, sottraendosi al controllo redazionale. Le foto esposte erano prive di riferimenti politici e di connotazioni ideologiche, rappresentavano semplicemente quanto di bello abbiamo da offrire, come affermò egli stesso. La gente mi chiedeva, dove trovavo dei soggetti così belli e interessanti. Fotografavo scorci di paese dimenticati e abbandonati, e spesso nella ricerca di soggetti interessanti e inquadrature migliori capitava che inciampassi o che mi cadesse qualcosa in testa (19).

 

Magajna palesò in modo chiaro la propria posizione, non tanto verso la fotografia quanto verso il contesto politico con il libro Trst v črnobelem (Trieste in bianconero), per il quale, come ci informa Primož Lampič, selezionò egli stesso le fotografie (20). In questo caso non si sforzò affatto di ricercare inquadrature impossibili come avrebbe probabilmente richiesto l’impaginazione.

 

David Bate osserva che la tendenza a estrapolare alcune fotografie dal loro contesto originale di pubblicazione all’interno di un quotidiano per essere esposte in gallerie d’arte, rischia di cancellare il quadro storico nel quale sono nate numerose immagini documentarie, diventate ormai delle vere e proprie icone (21).

 

Osservando e accettando le fotografie di Mario Magajna andiamo incontro anche a questo rischio. È importante comprendere che le sue opere vanno oltre il lato estetico. La foto pubblicata su un quotidiano non è una mera illustrazione, ma rappresenta spesso il documento fotografico di un fatto, pertanto si trasforma a sua volta in notizia, nel senso più ampio del termine, scrisse (22).

 

In alcuni casi, grazie alla chiarezza della sua espressività, le sue foto trasmettevano un’incredibile forza informativa e comunicativa. Alcuni osservatori oggi possono trarne solo informazioni marginali, ad altri invece suscitano pensieri e sollevano interrogativi senza alcuna drammaticità, inducendoli impercettibilmente alla riflessione. Le fotografie di Magajna hanno una propria opinione e sta nell’osservatore decidere se condividerla o no. Ma quasi certamente la sente.

 

____________________________

1 Si prenda a confronto la Fototeca del Museo di storia contemporanea di Lubiana, che vanta uno degli archivi fotografici più ricchi del periodo della 2. guerra mondiale di tutta Europa. È stato realizzato grazie al contribuito di molti fotografi professionisti e non, provenienti del territorio dell’odierna Slovenia. Ci sono in tutto 1.300.000 foto originali, un numero soltanto 5 volte superiore rispetto alle immagini scattate dal solo Mario Magajna.

2 Mario Magajna, Trst v črnobelem: Fotokronika 1945-1980, ZTT, Trieste, 1983

3 Živa Pahor, “Tržaški fotograf Mario Magajna”, in Etnolog 7, Ljubljana, 1997, pag. 39

4 Una prima selezione è stata curata da Andrej Furlan, Martina Humar e Robi Jakomin, mentre alla scelta finale delle fotografie ha collaborato l’intero comitato scientifico

5 I promotori della mostra le hanno chiamate semplicemente “Kapitalke” ovvero Le fotografie d’arte

6 Primož Lampič, Mario Magajna, fotoreporter; dela 1944 – 1955, Arhitekturni muzej Ljubljana, 1996, pag. 5

7 Kerry Tremain, “Seeing and Believing”, in Witness in Our Time, a cura di Ken Light, Smithsonian Books, New York, 2000, pag. 4

8 Mario Magajna ha usato per la maggior parte della propria attività professionale una fotocamera Rolleicord, dunque di medio formato, anche dopo l’adozione da parte della maggioranza dei fotoreporter di macchine fotografiche Leica, con le quali era più facile e veloce immortalare gli eventi. Sapeva che i redattori avrebbero tagliato molto le foto, poiché nel giornalismo vale la regola che la narratività di una foto rettangolare è molto più vicina al lettore di una foto quadrata. Inoltre questo tipo di formato è dettato anche dall’impaginazione dei quotidiani. Da una prima analisi delle opere di Magajna si può affermare che almeno fino alla metà degli anni ‘70 egli utilizzò la fotocamera Leica solo quando l’evento trattato richiedeva il ricorso a un teleobiettivo, sostiene Andrej Furlan

9 Primorski dnevnik, 23 novembre 1950

10 Audrey Salkeld, A Portrait of Leni Reifenstahl, Pimlico, London, 1997, pag. 170

11Andrej Furlan ricorda anche il confronto con il realismo sociale dei fotografi sovietici Piotr Ocup e Yuri Abramochkin. Pur avendo fotografato personaggi politici, artisti e altre celebrità, le immagini delle persone comuni sono quelle che spiccano maggiormente all’interno della loro opera. Molte loro immagini sono diventate delle vere icone della fotografia sovietica

12 John Berger, Rabe fotografije, Založba /*cf., Ljubljana, 1999, pag. 3

13 Avgust Sander fotografò nella zona di Colonia i rappresentanti di tutti i ceti sociali, professioni e altri personaggi particolari. Aveva progettato di realizzare 600 ritratti (il titolo provvisorio della sua opera era L’uomo del XX secolo), ma l’avvento del Terzo reich di Hitler mandò all’aria i suoi piani

14 Živa Pahor, op. cit., pag. 39

15 Živa Pahor, op. cit., pag. 39

16 Živa Pahor, op. cit., pag. 38

17 In questo il Primorski dnevnik non si distingueva molto dagli altri quotidiani

18 La fotografa Susan Meiselas documentò la rivolta dei sandinisti contro il dittatore Somoza in Nicaragua. Le sue immagini furono pubblicate da quasi tutti i media internazionali. In un’intervista la fotografa dichiarò di aver compreso subito quale enorme responsabilità le conferisse quel potere, ma di provare anche un senso di impotenza, poiché era un’illusione credere che un fotoreporter potesse controllare il contesto nel quale sarebbero andate a finire le sue fotografie. La fotografa affermò di riuscire a mantenere il controllo sulle proprie immagini solo nell’ambito di mostre e pubblicazioni, dunque nei casi in cui era lei stessa a impostare e selezionare le foto. In tutti gli altri casi si riteneva completamente impotente

19 Živa Pahor op. cit., 36

20 Primož Lampič, op. cit., pag. 5

21 David Bate: Fotografija / Ključni koncepti, Ljubljana, 2009, pag. 58

22 Mario Magajna, op. cit.

 

Bate, David, Fotografia / Kljuci concepii, Ljubljana, 2009, trad. Ilija T. Tomanič (capitoli 2 e 3).

Berger, John, Rabe fotografije, Založba /*cf., Ljubljana, 1999, trad. Zoja Skušek.

Lampič, Primož, Mario Magajna, fotoreporter; dela 1944 – 1955, Arhitekturni muzej Ljubljana, 1996.

Magajna, Mario, Trst v Črnobelem: Fotokronika 1945-1980, ZTT, Trieste, 1983.

Pahor, Živa, “Tržaški fotograf Mario Magajna”, in Etnolog 7, Ljubljana, 1997.

Salkeld, Audrey, A Portrait of Leni Reifenstahl, Pimlico, London, 1997.

Tremain, Kerry, „Seeing and Believing“, in Witness in our Time, a cura di Ken Light, Smithsonian Books, New York, 2000. 


 

idea website robi.jakomin

Copyright © 2017 -  Slovenski Klub - Ulica-Via S. Francesco 20, 34133 Trst-Trieste, DŠ-CF 90011610327