l'ecumenico mario e la sua/nostra trieste

di gorazd bajc

Primi giorni di maggio 1945. Lungo le vie di San Giacomo avanza con passo deciso un corteo di ribelli, mentre da un automezzo il commissario politico del Comando di Trieste Franc Štoka “Rado” incita la folla. Sulla piazza centrale di Trieste una massa di volti allegri e felici festeggia gioiosa il momento più dolce – la liberazione. Il ventinovenne Mario li immortala, come molto altro ancora. Queste, a dire la verità, non sono le sue prime fotografie ma si può certamente affermare che da quel momento in poi ha inizio l’importante attività di fotodocumentazione della storia cittadina di Magajna, durata oltre cinquant’anni (lascio ad altri il compito di valutarne gli aspetti artistici).

 

Mario possiede senza dubbio un talento speciale, ma anche il contesto nel quale si muove con la sua fotocamera al collo è del tutto singolare. Le foto non nascono certo da sé, perché Mario sarà ogni volta l’uomo giusto nel posto giusto al momento giusto, ma avrà anche l’imbarazzo della scelta. Davanti al suo obiettivo scorreranno di volta in volta una serie di eventi e soggetti, anime diverse della stessa città, intrisa o, meglio, assuefatta di Storia, e tante storie di piccoli e grandi uomini. La sua Trieste, insomma, che diventerà la Trieste di tutti noi.

 

Negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale ha inizio la c.d. battaglia per Trieste. In un drammatico fotofinish del primo maggio 1945 la città viene liberata quasi del tutto e le unità del IX Corpo e della IV Armata jugoslava anticipano l’arrivo dell’VIII Armata alleata; i neozelandesi, infatti, riescono a entrare a Trieste solo l’ultimo giorno. Con uno sprint finale i partigiani jugoslavi riescono dunque a liberare il pomo della discordia, il principale simbolo del territorio multietnico, multiculturale e multilinguistico della Venezia Giulia, del Litorale e dell’Istria.

 

Oggetto del desiderio, ma anche di maledizione, poiché per lei sloveni e italiani saranno a lungo in conflitto. Fin dalla seconda metà dell’Ottocento e, in particolare, dopo il primo conflitto mondiale, quando la popolazione italiana, a scapito della compresente realtà slovena (e croata), riesce a completare la propria unificazione. Prima ancora dell’avvento del fascismo, e specialmente durante il Ventennio, tutto ciò che non è italiano deve essere occultato. Al contempo tra la popolazione non italiana iniziano a manifestarsi – ben prima che altrove – le prime avvisaglie del movimento antifascista.

 

Segue un altro conflitto mondiale, durante il quale l’Italia con le altre potenze dell’Asse attacca e occupa la Jugoslavia. Dopo il default del suo esercito l’8 settembre 1943 ha inizio uno spietato tiki-taka dal fronte opposto. Le ambizioni italiane di conquistare le terre orientali sono messe per la prima volta nella storia in serio pericolo: sembra, infatti, che il movimento di liberazione contrapposto, di giorno in giorno più forte, prima o poi sarebbe riuscito nell’impresa. E così accade. Un fatto che – con tutte le caratteristiche dell’imminente guerra fredda – avrebbe fortemente influenzato i rapporti bilaterali tra Italia e Jugoslavia e segnato la vita della popolazione lungo il confine.

 

Una parte di Trieste dunque festeggia, l’altra invece vive i primi giorni di maggio in maniera completamente diversa: nel terrore di una nuova e ancora peggiore occupazione, è successo proprio ciò che non doveva accadere. La città (e la Venezia Giulia) è caduta nelle mani di coloro che fino a poco tempo prima non valevano niente o quasi, e per giunta guidati dai comunisti. A dire la verità, è in corso una violenta repressione contro gli antichi nemici e alcuni potenziali oppositori delle aspirazioni jugoslave. Nonostante alcuni ancora oggi riducano il tutto in maniera superficiale, esagerata e decontestualizzata alle “foibe”, è innegabile che la città viva in quel momento un secondo trauma, che si trascinerà fino ai giorni nostri.

 

La parte più intollerante di Trieste non perderà occasione per agitare slogan del tipo “Tito boia”, “titini infoibatori” ecc., organizzando manifestazioni e imbrattando i monumenti della violenta storia recente, specialmente quelli dedicati alla lotta di liberazione nazionale e ai quattro antifascisti, fucilati a Basovizza nel 1930. A Trieste la memoria dei traumi passati si scontra contro altre memorie. Le autorità non troveranno mai i colpevoli, mentre il nostro Mario immortalerà con la propria fotocamera i risultati delle loro gesta.

 

Un turbine di violenze, ambizioni contrapposte e delusioni, e poi stereotipi, falsi miti, rifiuto del “diverso”. Il generatore o comune denominatore di tutto ciò sarà ancora per molto tempo sempre lo stesso: il problema della frontiera. Per gli italiani deve essere mantenuta, per gli sloveni invece andrebbe modificata. Dopo la guerra la Jugoslavia strappa all’Italia l’Istria e la parte orientale del Litorale, complicando ulteriormente la questione del confine.

 

Una tappa fondamentale avviene il 9 giugno 1945 a Belgrado. A causa delle minacce degli anglo-americani e del mancato sostegno dei sovietici, la giovane Jugoslavia dovrà piegarsi e sottoscrivere un accordo amaro che prevede il ritiro graduale delle proprie unità da Trieste e dalle zone occidentali della Venezia Giulia oltre la c.d. linea Morgan a partire dal 12 giugno. Questa linea di demarcazione diventerà – con alcune modifiche minori nei seguenti nove anni – la frontiera tra l’Italia e la Jugoslavia, e coincide con l’odierno confine italo-sloveno.

 

Eppure i problemi legati al confine non finiscono qui. Il territorio è ora diviso in due zone: a ovest la zona A nelle mani del Governo militare alleato anglo-americano, e a est la zona B nelle mani dell’amministrazione militare dell’Armata jugoslava. Un altro passaggio fondamentale avviene nel 1947 con l’entrata in vigore delle disposizioni del trattato di pace con l’Italia (firmato il 10 febbraio dello stesso anno), quando la maggior parte della zona B passa alla Jugoslavia (con alcune modifiche a suo vantaggio), mentre buona parte della zona A “ritorna” all’Italia.

 

Per i territori più controversi, vale a dire la provincia di Trieste e il distretto di Capodistria e Buie, gli alleati propongono una soluzione di compromesso, ovvero l’istituzione del Territorio libero di Trieste, suddiviso a sua volta in due zone A e B. Il Territorio Libero ha vita breve e il 5 ottobre 1954 i due paesi sottoscrivono a Londra il Memorandum d’intesa che rappresenta di fatto un compromesso: la Jugoslavia e l’Italia (con un’ulteriore lieve modifica a vantaggio della Jugoslavia) accettano la suddivisione esistente. L’amministrazione civile jugoslava viene estesa alla zona B, mentre la zona A ritorna all’Italia. A differenza della Jugoslavia, l’Italia non accetterà mai formalmente lo status introdotto dal Memorandum di Londra, perciò il 10 novembre 1975 i rappresentanti dei due paesi sottoscrivono a Osimo dei nuovi trattati che sanciscono (dopo la ratifica avvenuta due anni più tardi) il tracciato definitivo del confine (questa volta con lievi modifiche a vantaggio dell’Italia).

Questa incerta suddivisione peserà e agiterà continuamente gli animi a livello locale. Mentre a Parigi i “grandi” misurano la propria forza nell’ambito della nuova guerra fredda e l’Italia e la Jugoslavia combattono ognuna per i propri interessi, la situazione a livello locale è bollente. I cortei, le manifestazioni, i monumenti e altri simboli visivi del fatto che “la terra è nostra”, diventano il “pane quotidiano” degli uni e degli altri (senza contare i terzi, gli indipendentisti, meno conosciuti, ma non per questo numericamente insignificanti).

Agli inizi di novembre 1953 la situazione diventa esplosiva, quando le tensioni tra i manifestanti filoitaliani sfociano in duri scontri con la polizia, provocando addirittura alcune vittime. Anche in questa e in altre simili situazioni Mario è lì con la sua fotocamera, pronto a scattare.

 

In quegli anni e in quelli successivi la situazione a Trieste non si tranquillizzerà mai del tutto. Ai conflitti nazionalistici, intrisi di violenze e minacce latenti, se ne aggiungono altri, interni alla comunità slovena.

Già nel 1945 nella zona anglo-americana si fa strada un primo movimento di opposizione al nuovo regime comunista jugoslavo e alle sue strutture nella zona A, anche grazie all’appoggio di molti emigrati politici sloveni, fuggiti a Trieste dopo la guerra. Assieme ad altri sloveni del posto, dalle c.d. idee democratiche di stampo occidentale, pongono le basi per una prima opposizione al regime. La fazione vincitrice dei partigiani o del Fronte di Liberazione nel frattempo decide di boicottare la nuova amministrazione. Gli anglo-americani sarebbero anche disposti a concedere alla comunità slovena alcuni diritti, ma soltanto a determinate e rigide condizioni: i britannici e gli americani vogliono innanzitutto escludere l’influenza del Fronte di Liberazione. Gli alleati individuano pertanto i propri interlocutori tra gli sloveni contrari al nuovo regime. Quelli che accetteranno le offerte e le condizioni degli alleati e che i sostenitori del Fronte di Liberazione stigmatizzeranno come traditori e nemici del popolo sloveno. Tutto ciò provoca i primi dissensi e poi sempre maggiori conflitti tra gli sloveni nella zona A, che porteranno a una forte divisione o una vera e propria dicotomia tra i cosiddetti “rossi” e “bianchi”. Ma questa non è l’unica (sud)divisione. Un’altra, ancora peggiore, avviene nel giugno 1948, quando arriva come un fulmine a ciel sereno la notizia che Tito sarebbe stato escluso dalla famiglia dei partiti comunisti (Informbiro o Cominform). La maggioranza rimane fedele a Stalin; da un lato dunque i sostenitori di Vidali, fedeli a Tito, e dall’altro i sostenitori della linea di Babič: vale a dire “rossi” contro “rossi”. Non mancheranno violenze fisiche, e anche questa volta Mario sarà lì in prima linea, un clic come testimonianza senza tempo. Questa faida interna alla minoranza slovena caratterizzerà a lungo la comunità e favorirà il protrarsi di alcune dinamiche, che neanche le azioni distensive tra Belgrado e Mosca potranno lenire o cancellare.

 

Nonostante le difficoltà, gli sloveni di Trieste rimettono in moto la propria vita politica. Nel campo dei “rossi”, la cerchia fedele a Tito segue le indicazioni provenienti da Lubiana, che impone agli sloveni in Italia l’obbligo di abolire i propri partiti e aderire ai c.d. partiti progressisti italiani, quello socialista o comunista. La maggioranza si riconosce proprio in quest’ultimo, il quale negli anni del dopoguerra riesce a eleggere alcuni rappresentanti sloveni nel parlamento italiano. I “bianchi” invece non accettano il diktat di Lubiana e fanno confluire i numerosi movimenti politici (e i frequenti dissapori) nel partito Unione slovena (Slovenska skupnost).

 

Due blocchi, dunque, due visioni contrapposte della politica. Questa divisione emergerà naturalmente anche nella vita sociale e culturale della comunità. Le cerchie che sostengono la linea jugoslava costituiscono nel 1954 l’Unione economica culturale slovena (Slovenska kulturno gospodarska zveza) di stampo progressista e laico, mentre gli sloveni di orientamento cattolico fonderanno la propria organizzazione appena nel 1976, vale a dire la Confederazione delle organizzazioni slovene (Svet slovenskih organizacij). A causa delle divisioni ideologiche, nei paesi della provincia ci saranno due cori (quello partigiano da un lato e quello liturgico dall’altro), due organizzazioni giovanili, gli scout confessionali e quelli laici (taborniki) ecc. Forse l’unico a partecipare a incontri, celebrazioni, manifestazioni degli uni, degli altri e dei terzi sarà proprio lui, “l’ecumenico” Mario.

 

Anche dopo il “ritorno” di Trieste nel 1954, l’Italia non realizzerà mai fino in fondo la propria Carta Costitutiva: l’articolo 6 della Costituzione sulla necessità di un’efficace tutela giuridica delle minoranze, rimarrà lettera morta sulla carta. Alcuni diritti della minoranza slovena di Trieste (e Gorizia, ma non della provincia di Udine) risalgono, infatti, al periodo dell’amministrazione anglo-americana. La comunità slovena, così eterogenea dal punto di vista partitico e ideologico, investirà buona parte delle proprie energie proprio nel conseguimento dei propri diritti di minoranza. Il gioco del gatto col topo, si potrebbe dire, finché nel 2001 verrà approvata a Roma la c.d. legge di tutela (n. 38/01), che tuttavia non risolve la questione in maniera soddisfacente. Una telenovela a puntate decennali, con la differenza che in questo caso il comune denominatore è la farsa.

 

Se nei primi anni del dopoguerra la componente italiana di Trieste si rafforza numericamente con l’arrivo dei c.d. esuli dall’Istria (sebbene tra loro non ci siano solo italiani), altri iniziano a emigrare, poiché la difficile situazione economica non risparmierà nemmeno questa fiorente città di mare ai tempi dell’Impero, che sotto l’Italia arranca. In generale, Trieste e provincia saranno protagoniste, in un arco di tempo più lungo, di numerose ondate migratorie, un fenomeno che viene spesso trascurato o comunque limitato a quello degli esuli istriani.

 

Una più che necessaria boccata d’ossigeno arriva dall’Accordo di Udine sottoscritto nel 1955 tra Italia e Jugoslavia, grazie al quale la popolazione frontaliera potrà oltrepassare più facilmente il confine; l’accordo introdurrà inoltre collegamenti marittimi e terrestri tra i due versanti. Un dato più che eloquente è quello riguardante il numero di attraversamenti del confine: fino al 1965 se ne registreranno ben 70 milioni. Nonostante tutte le difficoltà, in parte dovute alla mancanza di una formale regolamentazione della frontiera e in parte a causa dell’intolleranza nazionalista, questo diventerà il confine più aperto di tutta la cortina di ferro.

L’economia, anche quella degli sloveni di Trieste, riparte. Se lo Stato italiano da un lato non le assicurerà mai una vera e propria tutela giuridica formale, le consentirà in cambio di perseguire una certa crescita economica e finanziaria. Con il Memorandum d’intesa del 1954, infatti, come parziale risarcimento per la soppressione forzata degli istituti finanziari sloveni durante il fascismo, l’Italia si impegna ad autorizzare la creazione di una banca slovena a Trieste. Nel 1957 viene dunque istituita la Banca di credito di Trieste (Tržaška kreditna banka) che inizia a operare nell’ottobre 1959 e nella quale s’inserirà attivamente anche la Jugoslavia. Questa banca (che rappresenta una vera e propria anomalia nel sistema bancario italiano), ma anche la Banca agricola (Kmečka banka) di Gorizia, la società finanziaria Safti e altre realtà economiche locali, permettono a una parte della minoranza di autofinanziarsi. Alcuni trarranno numerosi vantaggi da questo sistema, che garantirà la sopravvivenza a istituzioni di vitale importanza per la minoranza, quali la Biblioteca nazionale slovena e degli studi (Narodna in študijska knjižnica), il Teatro Stabile Sloveno (Slovensko stalno gledališče), il quotidiano Primorski dnevnik ecc.

 

Molte aspettative legate alle riparazioni per le violenze subite durante il fascismo, riguardano la restituzione del principale simbolo della presenza slovena (e, in generale, slava) a Trieste, ovvero il Narodni dom. Costruito nel 1904 nel pieno centro cittadino, il 13 luglio 1920 viene occupato e incendiato dagli squadristi fascisti, con il sostegno passivo delle autorità. Dopo la seconda guerra mondiale gli sloveni di Trieste ottengono un parziale risarcimento con un nuovo edificio nel 1964, il Kulturni dom, in una zona tuttavia decentrata. La Trieste intollerante è evidentemente ancora troppo forte e quindi determinante. La rabbia antislovena emerge nuovamente l’anno successivo con il caso Hreščak, quando i nazionalisti si oppongono alla nomina del primo assessore comunale sloveno a Trieste. Grazie alla coalizione di centro-sinistra seguono anni di relativa tranquillità, finché a metà degli anni Settanta gli ingranaggi della storia faranno nuovamente marcia indietro con la fondazione del movimento nazionalistico Lista per Trieste. Il movimento si oppone fermamente al Trattato di Osimo, e viene pertanto premiato dagli elettori. Una svolta nelle relazioni avviene appena nel 1993 quando anche grazie ai voti degli sloveni viene eletto un nuovo sindaco, Riccardo Illy.

 

Una storia difficile e complessa, dunque, che non è tuttavia l’unico soggetto della fotografia di Magajna. Il passato fa parte della vita, una vita che va avanti, perché il “piccolo” uomo deve andare avanti. Vive della propria terra e con la propria terra, pesca nel Golfo di Trieste, in centro città vende ogni genere di “roba” ai clienti provenienti dalla Jugoslavia. Nuove professioni si fanno largo, altre scompaiono senza lasciare traccia, tranne naturalmente le fotografie, che nella maggior parte dei casi portano proprio la firma di Mario. È non è ancora tutto, poiché in questa strana Trieste postbellica non mancano certo le risate e l’allegria: quasi cinquant’anni fa Mario cattura con il suo obiettivo le prime maschere del Carnevale carsico (Kraški pust), i primi neosposi delle Nozze carsiche (Kraška ohcet), l’allegria dei bambini al mare e nelle colonie estive, le imprese degli sportivi che nonostante le modeste risorse ottengono risultati invidiabili, addirittura alcuni riconoscimenti a livello nazionale e internazionale.


 

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