uomo di dialogo

di dušan kalc

“Di ogni fotografia che scatto so che entrerà a far parte della Storia. È molto più che scrivere un semplice articolo. È qualcosa di vivo, che affascina l’uomo.” Così dichiarò Mario Magajna in un’intervista per il quotidiano Primorske novice nel maggio 1983, dopo aver ricevuto il premio dell’Associazione dei giornalisti della Slovenia per i suoi meriti nel campo del fotogiornalismo.

 

E, in effetti, la sua eredità rappresenta un enorme contributo alla Storia, alla quale consegnò, di fatto, anche se stesso. Se si considera che ad oggi sul Primorski dnevnik e in numerosi altri quotidiani, riviste e libri sono state pubblicate circa 50 mila sue fotografie e che nel suo archivio minuziosamente organizzato, conservato presso la Biblioteca nazionale slovena e degli studi di Trieste, ci sono 260 mila negativi, frutto del suo lavoro presso il Primorski dnevnik, e moltissime foto e diapositive di altri periodi della sua vita e della sua attività, allora si può facilmente immaginare il potenziale storico che Mario Magajna ha lasciato dietro di sé durante la sua lunga carriera di fotoreporter, durata quasi mezzo secolo.

 

Eppure non vogliamo evocare e conservare la memoria di Magajna solo in relazione al suo eccezionale lascito documentale, che potremmo certamente paragonare agli archivi delle principali agenzie fotografiche internazionali, ma anche per il suo esempio di uomo di cuore, che aveva nei confronti di tutto e tutti sempre un atteggiamento positivo, solare e umano. Come sappiamo, Mario si esprimeva al meglio rappresentando la realtà e il mondo intorno a sé in bianco e nero. Anche la sua principale opera editoriale porta il titolo Trieste in bianconero. Cronaca fotografica 1945-1980) (Trst v črnobelem. Fotokronika 1945-1980), pubblicata da Editoriale stampa triestina (Založništvo tržaškega tiska) nel 1983. In bianco e nero realizzò le sue opere più belle, certamente migliori di quelle a colori, ma ciò era totalmente in contrasto con la sua visione del mondo e delle persone, tutt’altro che monocromatica. Al contrario, la sua visione era profondamente variopinta, caratterizzata da colori puri e vivaci, quelli del cuore, dell’ottimismo, del rispetto per il prossimo, della comprensione, dell’altruismo, della socialità, della riconciliazione, della discrezione, della disponibilità e dell’ironia.

 

Da uomo di cuore e da grande narratore del proprio tempo e del proprio spazio, da moderno cantastorie, come lo ha definito il poeta Marko Kravos, Mario era estremamente amato dalla gente. E anche dai colleghi. Ho avuto la fortuna di trascorrere molti anni in sua compagnia. Da giovane cronista mi avvicinò alle peculiarità, ai segreti, alle bellezze e alle difficoltà del giornalismo. “Penso che il giornalismo non sia una professione come le altre, ma una sorta di missione, una presa di posizione,” amava ripetere. Mi fece conoscere molti luoghi e persone. Delle nostre uscite a due, lui in veste di fotografo, io in quella di cronista, mi rimasero impressi in particolare i momenti trascorsi tra le macerie e le vittime del terremoto nella Benecia. Lì conobbi la sua sensibilità e il suo grande amore per il prossimo.

 

Mario è stato anche un uomo del dialogo che sapeva arrivare a chiunque, a prescindere dalle diverse convinzioni e appartenenze. Il suo grande amico, padre Dušan Jakomin, una volta scrisse: “Un uomo mite, senza alcuna cattiveria, Mario non esclude mai nessuno. Tutti meritano la sua attenzione, i comunisti, i socialisti, i credenti e i non credenti. Perciò è sempre ben accetto e tutti lo apprezzano e lo rispettano, una rarità di questi tempi.” Da uomo del dialogo Mario rappresentò sulla turbolenta scena politica ed etnica locale sempre l’anello di congiunzione tra le forze di sinistra, i liberali e i cattolici e tra la popolazione slovena e italiana. Una dote che tutti gli hanno sempre riconosciuto. Il livello di apprezzamento nei suoi confronti è sicuramente testimoniato dal riconoscimento attribuitogli dai giovani della minoranza con il sondaggio pubblicato nell’allegato al Primorski dnevnik (Primorski pes), che lo ha incoronato Personaggio sloveno del secolo.

 

Lo “sloveno del secolo” Mario Magajna, all’anagrafe Maganja, nacque a Santa Croce presso Trieste il 12 ottobre 1916, nel pieno della Grande Guerra che non risparmiò dolori e sofferenze a nessuno. Anche lui ne fu involontariamente colpito e segnato per sempre, essendo nato come figlio illegittimo di Maria Tence. Il padre era un soldato austro-ungarico condotto a Santa Croce dalla guerra e trascinato via improvvisamente e inaspettatamente dalla stessa furia bellica. Oltre a quello della mamma Maria, il patrigno Franc gli assicurò il più che necessario calore familiare. Dei suoi primi anni di vita e della sua infanzia non c’è traccia. Possiamo immaginare che giocando spensieratamente lungo le strade del paese, sui prati carsici, nei boschi e tra gli scogli egli si innamorò per la prima volta delle bellezze della vita paesana, della landa carsica, dei terrazzamenti e del mare e di tutto ciò che conferiva a questi doni della natura una dimensione umana, vitale. Da questa supposizione ha origine la sensazione che anche in età adulta sia rimasto in lui qualcosa di fanciullesco, in senso positivo, una certa ingenuità e bontà infantile. E forse per questo Mario amava così tanto i bambini, come dimostrano le innumerevoli immagini sulle quali compaiono proprio i bambini.

 

Egli trascorse i primi anni di scuola nel suo paese natale. Frequentò le prime due classi in lingua slovena, poi la riforma fascista di Gentile stravolse tutto quanto. Bisognava continuare la scuola in lingua straniera e nella paura costante di essere picchiati se provavi a parlare nella tua lingua madre. Nel 1927 la sua famiglia si trasferì a Trieste, dove Mario frequentò anche le scuole medie, naturalmente in lingua straniera. Di lì a poco trovò lavoro, ma lui aveva un altro desiderio, lo stesso di sua madre. Voleva farsi prete e, infatti, entrò in seminario, ma a causa della sua nascita illegittima, inaccettabile per la Chiesa di allora, il destino decise diversamente. Gli mise in mano una fotocamera, e così ebbe inizio la leggenda.

 

La leggenda di un uomo che era quasi impossibile incontrare senza macchina fotografica al collo. Un uomo che ha attraversato in lungo e in largo per centinaia di volte tutti gli angoli della città e della provincia… Un uomo che ha fotografato migliaia e migliaia di volti di persone famose e sconosciute e che è rimasto impresso per sempre nei loro occhi… Un uomo che incontravi a tutte le celebrazioni, manifestazioni, spettacoli, incontri, incidenti stradali, nascite, cresime, matrimoni e funerali… che spesso guardavi con ammirazione mentre si arrampicava sul muro, sull’albero o su un palo della luce, per catturare meglio quanto stava accadendo, il che richiedeva anche una certa abilità e agilità… che non temeva né la bora o la pioggia, né il caldo torrido o il ghiaccio quando il giornale lo mandava a fare qualche servizio. Un uomo che aveva un incredibile senso per le piccole cose, a prima vista poco importanti, ma che creano comunque gioia e allegria, speranza e aspettativa, angoscia e tristezza – tasselli insostituibili di un meraviglioso mosaico chiamato “Vita”… Un uomo che trascorreva la maggior parte del suo tempo nella camera oscura, e questo ai tempi in cui ci voleva almeno mezz’ora o tre quarti d’ora per sviluppare una fotografia (grazie alle odierne tecniche digitali tutto avviene molto più rapidamente). Insomma, Magajna era il fotografo per eccellenza.

 

Pur essendo un ottimo professionista, non scendeva mai in discussioni teoriche sull’arte della fotografia e non aveva ambizioni innovatrici o atteggiamenti esegetici. Mario era modesto, pur essendo il suo lavoro immenso e onnicomprensivo, e non si addentrava mai in dibattiti o lezioni sulla fotografia in generale. Anche nei suoi numerosi articoli per il Primorski dnevnik non si riscontrano riflessioni che potrebbero svelarci il suo punto di vista più intimo sulla tecnica e sull’arte della fotografia, alla quale si dedicò con anima e corpo. Qua e là, a margine della cronaca di qualche mostra o concorso fotografico, si trova una qualche modesta riflessione a riguardo, come ad esempio in un breve articolo dal titolo La fotografia come espressione della vera arte, pubblicata sul Primorski dnevnik l’11 novembre 1951 in occasione di un concorso fotografico internazionale. Egli scrisse: “Molti si chiederanno se si possa inserire la fotografia tra le altre discipline dell’arte. Visitando qualche mostra fotografica viene da pensare che, pur essendo il prodotto meccanico della tecnica, il valore estetico di certe fotografie sia frutto anche dell’apporto del loro autore, che si basa sul senso artistico. (...) Tutti possono fotografare, ma la domanda è come fotografano.”

 

Mario evidentemente sapeva fotografare. Non imparò il senso artistico nelle scuole, era qualcosa di innato. Una dote che possedeva dentro di sé fin dall’infanzia. Una prima illuminazione a riguardo deve averla avuta quando a quattordici anni gli capitò in mano una “vecchia scatola di legno” Kodak. Gliela aveva prestata un’anziana vicina di casa che l’aveva avuta in dono dal fratello in America. In zona Scoglietto, ai piedi dell’università nuova, dove abitava all’epoca con la famiglia, scattò le sue prime fotografie. Approfittò di ogni angolo e di ogni occasione per fare uno scatto. Alcune foto erano discrete, altre decisamente scarse, ma tutte quante sono state un’ottima scuola per un ragazzo che si stava appassionando al misterioso mondo della celluloide con una forza impercettibile. Se ne stava perdutamente innamorando.

 

Un’altra tappa fondamentale che sancì definitivamente la passione di Mario, fu il lavoro nel negozio di materiale fotografico e fotolaboratorio Fotoradiottica in piazza Dalmazia. Il proprietario, un ricco imprenditore di Firenze e amico di famiglia dei Magajna, fiutò subito la predisposizione del giovane Mario e gli offrì un lavoro, che lui naturalmente accettò con entusiasmo. Dopo aver terminato la propria formazione di base nei cortili e negli appartamenti di Pendice Scoglietto, in laboratorio iniziò per lui una sorta di scuola media in tecnica fotografica. Suo maestro fu il collega Silvo Majovski che gli svelò i principali trucchi del mestiere. Con i suoi primi guadagni poté acquistare anche una fotocamera migliore e la qualità delle foto migliorò rapidamente.

 

Negli anni a seguire amava ricordare i decenni trascorsi nel negozio Fotoradiottica. Non solo per il contatto quotidiano con la fotografia, ma anche per la sua giovane età e i bei ricordi dell’epoca, degli amici e delle ragazze che frequentava, delle numerose gite in montagna e al mare. Tutto ciò è ben documentato negli album di quegli anni, dai quali emergono la gioia e la spensieratezza giovanile. Le immagini sembrano come fuori dal tempo, pur trattandosi di tempi molto difficili, i cui neri contorni erano tracciati dal fascismo con la sua assurda retorica e cruda violenza. Fin da bambino si scontrò con l’incredibile ingiustizia di dover passare alla scuola elementare italiana dopo aver frequentato le prime due classi in lingua slovena. L’animo nobile di Mario conobbe presto la tragicità di quell’epoca, dalla quale sviluppò i primi moti di avversione e poi una chiara posizione antifascista, cui restò fedele per tutta la vita.

 

Anche il servizio di leva contribuì a tutto ciò. Nel 1936 dovette interrompere il lavoro da Fotoradiottica e indossare l’uniforme tropicale. Dopo alcune assegnazioni provvisorie, prima a Napoli e poi in Sicilia, fu costretto a solcare il mare verso le nuove province del millenario impero del Duce, la Libia. Lavorò per buona parte del servizio militare come radiotelegrafista a Derna, l’antica capitale della Cirenaica, occupata dagli italiani nel 1911 e oggi nelle mani dell’ISIS. Anche di quel periodo Mario conservava un ricco album di fotografie. Molte lo ritraggono in uniforme militare con il caratteristico caschetto coloniale in testa, ma ci sono anche molte altre immagini. La sua passione fotografica non gli dava pace. Fotografò di tutto e di più, sia in città che nel deserto. Scattò immagini dell’ambiente circostante, della natura, della gente al lavoro, i giochi dei bambini, le scene di guerra e addirittura di morte, tutta una vita insomma, e questa divenne una delle principali caratteristiche di tutta la sua futura attività.

 

Si può tranquillamente affermare che l’attività di fotoreporter di Mario ebbe inizio prima ancora di essere assunto dal Primorski dnevnik. Da giovane amava fare passeggiate in natura, da cui il suo animo poetico traeva molta ispirazione. E già a quei tempi amava stare in mezzo alla gente, tramandandola alla Storia privata e collettiva, anche se di ciò purtroppo non è rimasto molto.

 

Nel suo libro Mornar na kozi il poeta Miroslav Košuta traccia un breve ricordo di Magajna degli anni della guerra: “A fine luglio, durante la festa patronale, giunse dalla città un ragazzo nato a Santa Croce, che da figlio illegittimo non poté farsi prete, ma divenne il più importante cronista della nostra comunità. Quel giorno Mario Magajna fotografò la processione e immortalò la propria nonna e le sue coetanee nei tradizionali costumi originali…” 

 

Durante la guerra perfezionò le proprie conoscenze fotografiche lavorando all’Ospedale Maggiore di Trieste. Il radiologo Pecorari andava a sviluppare le proprie fotografie nel negozio di piazza Dalmazia e lo informò che nel reparto di radiologia e in altri reparti chirurgici avevano bisogno di un fotografo che sviluppasse le radiografie e fotografasse gli interventi chirurgici. Così nel 1940, nonostante alcune riserve, Magajna decise di mettersi alla prova in un contesto insolito. La scelta si rivelò incredibilmente felice e non solo per motivi economici, ma soprattutto perché in questo modo evitò il rischio di essere chiamato alle armi e di essere mandato al fronte.

 

Ciononostante Mario fu trascinato nel vortice delle vicende belliche. Aderì con anima e corpo al movimento di resistenza e di liberazione nazionale. Collaborò attivamente con una cellula del Fronte di Liberazione operante all’interno dell’Ospedale Maggiore, incaricata di procurare farmaci, bende e altro materiale medico all’esercito partigiano. Dopo la disfatta dell’Italia fascista nel 1943 e l’occupazione tedesca di Trieste il suo impegno antifascista divenne ancora più forte. La sua macchina fotografica diventò l’arma a supporto del Fronte di Liberazione. Dopo il lavoro in ospedale, si recava con la sua fotocamera in città e documentava, anche in accordo con il primario e altri medici, quanto stava accadendo, a partire dai bombardamenti dei rioni cittadini. Era in contatto con gli attivisti che lo incaricavano di eseguire riproduzioni e foto per i documenti falsi. L’ultimo atto fu nel maggio 1945 quando immortalò gli indimenticabili istanti dell’ingresso dell’esercito partigiano a Trieste. Così terminò anche il suo lavoro in ospedale e iniziò l’opera di convincimento dell’attore di teatro Danilo Turk – Joca che lo portò ad accettare il lavoro al Primorski dnevnik, erede del quotidiano partigiano Partizanski dnevnik.

 

Se gli chiedevi quali sono stati i momenti più belli della sua vita, rispondeva senza esitazione “i primi giorni di maggio del 1945”, durante la liberazione di Trieste. Mario immortalò quegli istanti con una serie di scatti che rappresentano la testimonianza più preziosa della sua immensa opera fotografica. Tra tutte spicca certamente la foto della parata vittoriosa di giovani partigiane e partigiani dalle pose orgogliose e i volti sorridenti, davanti al Municipio di Piazza Grande. Da essa traspare la gioia della vittoria, il piacere della libertà conquistata, la soddisfazione per la sconfitta del nemico, la felicità per lo scoppio della pace, la commozione per il risveglio di nuove speranze e aspettative. Mario riuscì a catturare tutto ciò con la sua “macchina”.

 

Quali sono stati invece i momenti peggiori? Anche a questa domanda rispondeva senza esitare: “I momenti più brutti sono stati nel 1948 quando io e altri compagni, che si erano schierati contro la risoluzione dell’Informbiro, subimmo numerose umiliazioni da parte di altri compagni, contrari alla linea di Tito.” In effetti, furono tempi molto difficili per tutti. Coloro che avevano combattuto insieme contro l’occupatore, condividendo i momenti belli e brutti della guerra e gli eventi eroici e tragici della resistenza, che avevano sofferto ed erano morti assieme, si ritrovarono all’improvviso su due schieramenti opposti, contagiati da un odio innescato artificialmente. Mario ne risentì particolarmente, perché come rappresentante del Primorski dnevnik, di stampo filo-titino, durante i suoi servizi in città o in provincia molti lo guardavano storto e perché non poteva tornare nel proprio paese natale senza essere oggetto di duri attacchi verbali o minacce. Una volta a Santa Croce scampò per un pelo al pestaggio di un gruppo di teste calde locali, che in nome delle “verità” di Stalin tentarono di attaccarlo fisicamente, ma per fortuna, a parte uno schiaffo, danneggiarono solo la sua macchina fotografica. Di tutto ciò non amava parlare né allora né dopo e non covava rancore, poiché i tempi purtroppo erano quelli! Non rivelò mai i nomi degli aggressori. Non ci sono nemmeno molte immagini di quel periodo infelice. Alcune però si sono conservate nel suo sterminato archivio, a monito eterno della cecità ed erroneità umana. Si tratta principalmente di fotografie di mobili distrutti dall’ira dei sostenitori di Vidali. Tra tutte, quella che rappresenta al meglio le tensioni dell’epoca è l’immagine dell’incredulo giornalista Vladimir Kenda che nella foto in bianconero sembrava tutto insanguinato, ma in realtà si trattava di inchiostro versatogli addosso dai sostenitori di Vidali.

 

Di quei giorni infelici abbiamo un’eloquente testimonianza di Edi Šelhaus, anch’egli fotografo della Trieste postbellica, con cui Mario condivise croci e delizie del lavoro di fotoreporter al Primorski nel periodo burrascoso e inquieto degli scioperi, delle manifestazioni, dei tumulti e dei conflitti. Politicamente erano avversari, Edi, infatti, era sostenitore della linea del Cominform, mentre Mario era filo-titino, eppure non litigarono mai. Rispettavano le idee dell’altro, poiché erano “fortemente legati dalla passione per la fotografia e Trieste,” scrisse Šelhaus, che definì Mario un personaggio straordinario.

 

La sua pluriennale attività di reporter al Primorski dnevnik non si limitò solamente alla fotografia, ma anche alla produzione giornalistica. Scriveva di queste terre e della loro gente, di tradizioni, di manifestazioni, di vita scolastica. Particolarmente ricchi e apprezzati erano i suoi reportage di viaggio, che rappresentano un capitolo a parte nella sua attività. Aveva la passione per i viaggi, e come esploratore del mondo documentò con foto e parole i suoi innumerevoli viaggi attraverso tutti i continenti. Quando non lo vedevi bazzicare per la redazione, allora sapevi che era in viaggio con la sua macchina al collo da qualche parte in Nord Europa, in Africa, in Australia o chissà dove. I numerosi album con immagini da tutto il mondo rappresentano un’ulteriore perla nel suo immenso patrimonio fotografico. Grazie alla sua curiosità, alla voglia di conoscenza, allo spirito di osservazione e a un pizzico d’avventura portò con sé materiale fotografico ricco e interessante da ogni dove, che utilizzò sia per il Primorski dnevnik o la rivista Dan, sia per le presentazioni presso i vari circoli culturali della provincia. Per via di queste sue doti talvolta finì anche nei guai, come quella volta in Turchia, quando si ritrovò nel bel mezzo degli scontri tra greci e turchi per via di Cipro.

 

Da instancabile testimone della burrascosa storia di Trieste, ma anche di Gorizia e della Benecia, per quasi tutta la seconda metà del secolo scorso Magajna si ritrovò in mezzo a molti momenti belli e brutti, come spesso accade ai reporter. Se le passeggiate in natura, tra i campi e i vigneti, tra gli scogli e i terrazzamenti, tra gli operai, i contadini e i pescatori, nelle case carsiche e nel verde cittadino gli donavano gioia e spensieratezza, ritrovarsi nel bel mezzo dei tumulti e degli scontri, che animavano la vita triestina, spesso gli infondeva una terribile paura. Mario ricordava in particolare un fatto accaduto a Gorizia subito dopo la guerra, quando in occasione di una manifestazione operaia arrivò sul posto con l’auto di servizio targata all’epoca SP (Slovensko Primorje). Alla vigilia della manifestazione uscì dall’albergo per fare una breve passeggiata, quando dal buio uscì un gruppetto di sei teppisti, cui la targa evidentemente aveva dato fastidio. Uno di loro estrasse addirittura un coltello e lo agitò davanti a lui. Mario naturalmente si difese e le sue grida di aiuto fecero accorrere altre persone che cacciarono gli aggressori, riuscendo così a salvare la pelle, ma non il vestito.

 

Spesso bisognava difendersi e scappare anche dalla polizia che non era sempre ben predisposta e amava agitare i manganelli. Mario raccontava spesso di un corteo a Opicina durante il quale ebbe uno scontro con un celerino, infastidito dai suoi continui scatti, che cercò di strappargli la fotocamera dalle mani. Allora Mario la lanciò oltre il muro del Prosvetni dom in mezzo alla gente, che gliela restituì illesa. In un’altra occasione, durante uno dei tanti scontri, la Polizia civile gli schiacciò la macchina fotografica. Bisogna dire comunque che le sue esperienze con la polizia non furono tutte negative. Spesso le sue foto pubblicate sul giornale venivano utilizzate dagli inquirenti per scovare qualche delinquente fascista e consegnarlo alle autorità.

 

“Un fotoreporter non ha mai pace”, è il titolo di un articolo pubblicato da Magajna sul Primorski dnevnik il 24 dicembre 1961, sottotitolato Dall’album professionale del nostro cacciatore di eventi. In quell’articolo egli definì così la propria professione: “Le persone hanno idee diverse sull’attività e sulla vita del fotoreporter. Chi ha visto ad esempio il film La dolce vita, è rimasto disgustato dai fotoreporter e li considera solo feccia. Ma non sono tutti così ingiusti con noi. Molti sanno a quanti rischi vanno in contro tra guerre, scontri, rivoluzioni, manifestazioni ecc. (...) Dalle nostre parti la situazione non è così tragica, ma anche qui molti fotoreporter si sono beccati qualche manganellata in testa da quelli con il “berretto rosso” (Military Police) o dai celerini. (...) Certamente non si può paragonare il lavoro del fotoreporter del nostro quotidiano con quello ad esempio delle riviste Life o Paris Match o Epoca. Non viaggia in aereo, non viene mandato dove “brillano” le armi, ma nel suo piccolo è chiamato a fare lo stesso lavoro. A mezzanotte squilla il telefono, e se dorme (e non gioca a carte) salta giù dal letto, si stropiccia gli occhi, impreca in silenzio e si dirige verso il telefono. Cosa diavolo è successo? Un grave incidente stradale, un incendio, un attentato – come quella sera a San Giacomo, quando il fotoreporter dopo 5 minuti era già sul posto. A dire la verità, non succede così spesso, ma negli anni caldi dopo il ‘45 le cose erano diverse e difficili. In particolare nel 1953, quando dopo il lancio di sassi contro la polizia, questa reagì sparando…”. In merito ai gravi pericoli ai quali sono spesso esposti i fotografi professionisti, va ricordata la grande tristezza e frustrazione di Mario alla notizia della morte di Saša Ota, Miran Hrovatin e dei loro compagni.

 

La sensibilità, che era certamente uno dei suoi tratti caratteristi e che suscitò in lui anche alcuni dubbi e ripensamenti sul lavoro di fotoreporter non sempre “pulito”, come abbiamo potuto desumere dal suo riferimento al film di Fellini, tuttavia non impediva alla sua curiosità e al suo sguardo fotografico di dedicarsi anche a soggetti più leggeri e personaggi mondani. Qualche scoop fa sempre comodo. E infatti Mario fotografò numerose stelle del cinema e della musica, quali Silvana Mangano, Josephine Baker, Claudia Cardinale, Vanda Osiris, Maria Schell, Caterina Valente, Nilla Pizzi e altre ancora. “Potrei mostrarvi anche le foto di Parigi”, scrisse una volta, “ma non vorrei sconvolgervi con i vestiti microscopici indossati da certe icone di bellezza.”

 

Oltre alle numerose celebrità, i suoi rullini erano pieni anche di personaggi del mondo politico e pubblico. Egli fotografò tra gli altri Naser, Nehru, il re Baldovino e il principe del Laos Sihanouk. Su quest’ultimo c’è un aneddoto molto interessante: quando il principe passò per Trieste, Mario lo attese alla stazione dei treni, ma proprio nel momento in cui avrebbe dovuto scattare la foto, si inceppò il flash. Il principe notò il suo imbarazzo, prese in mano la propria macchina fotografica e scattò una foto di colui che avrebbe dovuto fotografarlo.

 

Tra tutte le celebrità Mario dedicò sicuramente particolare attenzione al Maresciallo Tito che fotografò in diverse occasioni. Egli ricordava in particolare un fatto avvenuto presso la stazione dei treni di Sežana, quando la polizia gli impedì di avvicinarsi per fotografare il presidente. Quando urlò di lasciarlo avvicinare, il Maresciallo si affacciò al finestrino e chiese a Magajna per quale giornale lavorasse. Lui disse, che lavorava per il Primorski dnevnik e il Corriere di Trieste e il Maresciallo gli sorrise, dicendo che era uno dei “nostri”. Gli chiese se era stato lui a fotografare Jovanka, la moglie, mentre faceva spese a Trieste qualche tempo prima, la cui foto fu pubblicata proprio dal Primorski. Mario rispose di sì, e Tito commentò ironicamente che la foto era venuta male e che doveva farne un’altra. Chiamò Jovanka e disse “I triestini devono vedere che begli occhi neri che hai.” E così Mario immortalò i suoi occhi neri.

 

Alle volte capitava che qualcuno non volesse essere fotografato. Come se in questo modo si penetrasse nel suo intimo per rubargli l’anima, come sostengono ancora oggi alcune tribù indiane e altre comunità primitive, pensava Mario. Di solito invece la gente faceva quasi a gara per essere immortalata da lui e si metteva in posa davanti alla sua macchina fotografica. Mario però preferiva la spontaneità. Solitamente scattava la prima foto senza permesso, appena dopo chiedeva se poteva fotografare. In genere la risposta era affermativa e allora continuava a scattare. Ma la prima foto di solito era la migliore e la più naturale, perché la persona interessata non guardava l’obiettivo.

 

Il quadro dell’onnipresenza di Magajna nella realtà triestina, e non solo quella slovena, bensì anche quella italiana, non sarebbe completo se non ricordassimo il suo impegno nella vita sociale e culturale di Trieste. Per molti anni fu presidente del circolo culturale Ivan Cankar (Prosvetno društvo Ivan Cankar) di San Giacomo, consigliere del Club sloveno (Slovenski klub) di Trieste e del Club alpino sloveno (Slovensko planinsko društvo), cofondatore del museo Casa carsica (Kraška hiša) e membro onorario di molte altre associazioni culturali e sportive di Trieste. Aveva così tante tessere associative, che nemmeno lui sapeva quante. Soprattutto dell’area del Breg o Comune di Dolina, dove amava recarsi particolarmente.

 

Quando entravi nel suo appartamento in via Manzoni, ti colpivano innanzitutto i numerosi riconoscimenti appesi al muro: su una parete c’era il premio Tomšič alla carriera, conferitogli dall’Associazione dei giornalisti della Slovenia (Društvo novinarjev Slovenije) nel 1983, sull’altra il titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana, consegnatogli solennemente dall’allora Prefetto di Trieste De Felice nel 1990. Tra questi, il riconoscimento per i suoi meriti a favore della minoranza slovena in Italia, assegnatogli dall’Unione culturale economica slovena (Slovenska kulturno gospodarska zveza), il riconoscimento dell’Unione delle organizzazioni culturali della Slovenia (Zveza kulturno prosvetnih organizacij Slovenije) per il suo instancabile impegno culturale (del 1976), la targa di Bloudek per il suo contributo attivo e costante a favore dello sport della comunità slovena in Italia (del 1991); il riconoscimento dell’Associazione degli attivisti della provincia di Trieste (Združenje aktivistov na Tržaškem) per il suo impegno ai tempi della Lotta di Liberazione Nazionale (del 1981); il premio dell’amicizia del Consiglio comunale di Dolina, conferitogli solennemente dall’allora sindaco Edvin Švab nel 1980, il riconoscimento del Comune di Duino-Aurisina dell’anno dopo, il riconoscimento per la sua pluriennale partecipazione alla rassegna corale Primorska poje e, infine, l’Ordine d’Oro della Libertà della Repubblica di Slovenia, ma potremmo continuare a lungo con l’elenco dei numerosi riconoscimenti di svariate associazioni culturali, sportive e non solo di Trieste e dintorni. Magajna era molto orgoglioso di tutto ciò, e sarebbe stato ancora più orgoglioso di sapere che un giorno avrebbero intitolato a suo nome una fondazione e un’associazione culturale e gli avrebbero dedicato concorsi fotografici, a cura appunto dell’Associazione culturale Bubnič-Magajna.

 

 

Nel 1982 andò in pensione, ma non smise di lavorare. Continuò a collaborare con il Primorski dnevnik fino al 1993 e in parte anche dopo. Finché le forze glielo consentirono. Negli ultimi anni la sua salute iniziò a vacillare, e il 22 ottobre 2007 irruppe nell’opinione pubblica triestina la notizia della sua scomparsa. Dieci giorni prima aveva festeggiato in ospedale il suo 91° compleanno. Alla cerimonia commemorativa nel Ridotto del Kulturni dom di Trieste e al funerale al cimitero di Sant’Anna, in una fredda e piovosa giornata autunnale, parteciparono con un calore incredibile moltissime persone, che rappresentavano in un certo senso l’intera comunità regionale. Esponenti di sinistra e di destra, cattolici e laici, sloveni e italiani, tutti quanti vollero rendere omaggio al grande maestro, a questo serio professionista ed esemplare compagno, profondamente cosciente delle proprie radici slovene ma anche uomo del dialogo e cittadino del mondo.


 

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